NUVOLE

iconografia d’un momento

 

Testo Alberto Francesco Culotta

Anno 2020

 

A un certo punto si decise per la luce e per l’oscurità; il bianco e nero, in quella primissima fase, poteva bastare a dare almeno ritmo all’indefinito universo. Che poi il bianco facesse ora da sfondo al nero e ora viceversa, era un gioco perfetto per possedere il tempo, inventando storia e discorso. Del fiume che mai scorre uguale si poté dunque raccontare, musicare, salmodiare, affrescare, scolpire e fotografare. Ma fu chiaro che il racconto del fiume raccontava, più che del fiume, di chi lo raccontava: il fiume faceva il doppio gioco dello specchio.

Così ogni corda tesa su cassa acustica, ogni pennello di bue, ogni scalpello, ogni obiettivo si sono sempre ritorti contro ogni narratore, raccontando, a insaputa del narratore, del narratore stesso. Passava il paesaggio, e in lui ogni racconto era possibile. Il paesaggio non era infinito, lo erano gli abbracci d’ogni sguardo. Chi s’illude di raccontare il paesaggio sappia che sarà il paesaggio raccontato a raccontare di lui.

Cadenza di nuvole e cielo, di luce e oscurità, ricordo d’una Genesi in bianco e nero. E in questo ritmo s’è impressa tutta un’inconsistente grandezza. Mi par di vederci lo spirito di chi l’ha raccontato: un sentire minuscolo, chiuso tra porte e mura. Le onde d’un pulviscolo acqueo spinte da un vento invisibile su un fondale di cielo narrano:

narrano d’un breve cercatore d’oro, di passaggio tanto quanto loro, con la sua particolare batea, il secchio e il setaccio, e coi pensieri che si fanno rimbombo tra pareti sempre uguali, gioco di sponda in un labirinto risolto: una stanza sempre simile ai giorni che la abitano. E dalle stanze si progettano finestre e poi porte, si sognano campi aperti, orizzonti larghi, sovrumani panorami, profondissime vedute.

Per giorni, camere, sogni – il pensiero più non lo sa dire – il breve cercatore ne ha seguito le tracce, le ha individuate, setacciate. Ed ora eccole luccicare sul fondo della sua particolare batea: il velo d’acqua si fa specchio, e lui si riconosce.